“Cinema du Desert”, due italiani itineranti: “Con i film portiamo tanta felicità”

“Finalmente ce l’abbiamo fatta”. Anche quando Davide e Francesca non sono in giro per il mondo, parlare con loro è quasi un’impresa. Hanno fatto una scelta sette anni fa: basta pagare affitti e bollette. Davide ha comprato un camion, insieme a Francesca lo hanno “camperizzato” e ne hanno fatto la loro casa. Mobile. Dal 2009 vivono in viaggio e regalano il cinema agli abitanti dei villaggi più isolati del mondo. Stanno lontani dall’Italia 8, 9 mesi l’anno, poi tornano: fanno piccoli lavori e organizzano eventi di finanziamento, oltre a campagne online. Così raccolgono il denaro necessario per continuare il viaggio. “Abbiamo provato a fare i conti: Cinema del Deserto, il nostro progetto, ci ha fatto percorrere 90mila kilometri in tre continenti (Africa, Europa e Asia). Abbiamo raccolto oltre 27mila spettatori con una media di 40-50 film proiettati all’anno”.

Ci avevano provato a fare una cosa simile qui, in Italia: organizzare eventi gratuiti, mostrare video, non necessariamente film, ma “le regole erano troppo stringenti, ci chiedevano soldi per i diritti… insomma non poteva funzionare”. E allora via, prima tappa: l’Africa. Home, il documentario di Yann Arthus-Bertrand su ambiente e cambiamenti climatici è la storia con cui ha ufficialmente inizio Cinema del Deserto, a Timbuktu dove Davide e Francesca sono arrivati come membri della ong Bambini nel Deserto. “Quel film ci ha cambiato la vita – raccontano – ha influenzato tutte le nostre scelte, non potevamo che iniziare da quella storia”. I film che proiettano hanno sempre come tema il rapporto uomo-natura o lo sfruttamento delle risorse. E poi, naturalmente, ci sono i cartoni animati per i bambini.

Quello sulla tutela dell’ambiente è un discorso che gli sta talmente a cuore che anche il loro cinema sfrutta energia alternativa per funzionare, è un “cinema solare”. Il camion, oltre a essere la loro casa, dove cucinano, mangiano e dormono, è attrezzato di tutto: sul tetto ci sono i pannelli, un mini impianto fotovoltaico, e dentro una coppia di batterie che garantiscono almeno sei ore di proiezione. Così, non appena si fa buio, Francesca e Davide posizionano lo schermo su un lato del camion e si trasformano nei fratelli Lumière per il loro pubblico.

Per gli abitanti di alcuni villaggi, infatti, questo è il primo approccio con il cinema. “Un ragazzo una volta ci ha detto: ‘Grazie a voi ho potuto vedere cose che non conoscevo: il mare, le grandi città’. Un’altra volta invece un gruppetto di spettatori si è improvvisamente alzato e ha iniziato a correre e scappare via: ‘La scena era quella di un camion che passava sopra la telecamera. Credevano li avrebbe investiti'”. Per non parlare poi dei bambini. “A quelli africani abbiamo fatto vedere Kirikù. Erano così felici che la sera successiva hanno voluto rivederlo a tutti i costi”. Il fatto è che “noi viviamo in una società fatta di immagini, ma in molti dei posti in cui siamo stati quando parlavamo di cinema nessuno capiva cosa stessimo dicendo”. E non solo nei villaggi isolati della Siberia, Mongolia o Burkina Faso: “La Romania ci ha colpito tantissimo. Nonostante sia vicina a noi è un paese poverissimo”.

Davide e Francesca dicono che non è stato troppo difficile abituarsi a questo nuovo stile di vita “non più faticoso di qualsiasi altro cambiamento”. Nessun pentimento insomma, anzi “è quando torniamo in Italia che iniziano i problemi”. Dal più piccolo, dove parcheggiare il camion, al più grande, reperire i fondi per i viaggi successivi: “Le nostre casse sono sempre vuote”. Per quanto le loro spese siano ridotte al minimo (quasi l’80% del budget lo spendono per il gasolio) devono trovare fondi per mesi e mesi on the road. Ecco perché, anche quando tornano a casa, è sempre difficile incontrarli: “Cerchiamo lavoretti da fare e organizziamo eventi di finanziamento”. Rovereto, Milano e poi Bologna: sono queste le città che prossimamente vedranno Davide e Francesca impegnati in cene ed eventi per raccogliere fondi. “Appena rientrati dall’ultima spedizione in Asia, abbiamo ricevuto una mail da un festival sui diritti umani che si svolge dal 7 al 10 aprile al confine tra Marocco e Algeria. Vogliono che portiamo lì il nostro Cinema del Deserto“. Il tempo non è molto, per questo motivo stanno pensando di organizzare anche una campagna di crowdfounding online: “L’avevamo fatto anche per l’ultimo viaggio, utilizzando le piattaforme Produzioni Dal Basso e Indiegogo. Abbiamo ricevuto donazioni da ventisei Paesi, i più generosi sono stati americani, inglesi e norvegesi”. E gli italiani? “Con loro è più difficile, sono restii se non ti conoscono di persona”. Anche per questo, pensando al futuro, Davide e Francesca vorrebbero portare il loro cinema solare in giro per l’Italia, per farsi conoscere anche a casa. “Poi, magari, andare tra i bambini dei campi profughi di Calais. E l’Africa… il suo richiamo è sempre fortissimo”.

Davide e Francesca testano quotidianamente la potenza del cinema “è il mezzo perfetto per il primo approccio con le persone, ti permette di superare i limiti linguistici e culturali”, ma non sono gli unici. Ci avevano provato, sempre con progetti di cinema itinerante, pur rimanendo entro i confini nazionali, anche Lorenzo Garzella con la sua cine-bicicletta e Francesco Azzini con la sua Cortomobile, un’Alfa Romeo 2000 del 1974. Il progetto di Garzella, nato a Pisa, era legato al concetto di memory-sharing. Prevedeva, infatti, che ognuno, in sella alla propria bici, seguisse le tappe di un film itinerante sulla seconda guerra mondiale. Il proiettore era posizionato su una bicicletta e le immagini riempivano  le pareti dei monumenti e palazzi della città, quelli di luoghi particolarmente significativi per la storia della Resistenza pisana. L’idea è stata esportata anche a Ferrara, Roma e Udine e la risposta della gente è stata così entusiasta che Garzella sta pensando all’evoluzione della cine-bicicletta: il cine-bus, sperimentato una sola volta . “Vogliamo utilizzare gli autobus rossi scoperti, quelli che fanno i giri turistici delle città. Le persone sedute saranno la nostra platea a cui mostrare, sempre a tappe, o immagini di storia della città o scene di film cult girate in quei precisi luoghi. Sul Colosseo, ad esempio ci sarebbero Alberto Sordi o il Gladiatore, sul lungotevere, James Bond”. Per i cinquant’anni dall’ultima grande alluvione dell’Arno, invece, con la Regione Toscana, stanno studiando l’idea di un cine-battello che racconti la storia di quei momenti sulle pareti dei palazzi sul lungarno.

La sala più piccola al mondo, quella a due posti costruita da Francesco Azzini sulla sua Alfa Romeo, è invece ferma in garage da più di un anno. Dal 2006, dopo oltre 400 tappe in tutta Italia, più di 120mila kilometri percorsi e oltre 20mila spettatori, “i soldi sono finiti. I festival, quelli cinematografici o di artisti di strada, dove portavo la mia monosala, sono sempre meno e sempre più poveri”. Ma le reazioni del pubblico erano così affettuose: “ci ringraziavano e abbracciavano. Una coppia che si è conosciuta nella mia Alfa Romeo poi si è addirittura sposata”. E allora il programma di Francesco, per ora, è di rimettere in strada la sua Cortomobile, il 2 e 3 luglio al Treviglio Vintage (fiera che si svolge in provincia di Bergamo). Da lì, organizzare qualche altra proiezione a Milano. “Ma se dovessi confessare il mio desiderio, sarebbe quello di coinvolgere le piccole librerie”. In che senso? Con delle proiezioni il cui fil rouge è il “corto”: mostrare cortometraggi che abbiano come tema la “cortoletteratura” (romanzi brevi) nella sua Cortomobile.

Un muro della gentilezza anche a Roma: “Dona quello che puoi. Prendi ciò di cui hai bisogno”

Muro e gentilezza. Due parole tanto diverse, mai così vicine. Da quando, lo scorso dicembre, nel nord dell’Iran è ‘nato’ il primo “Wall of Kidness”, anche in Italia i muri della gentilezza hanno iniziato a riempire le città in nome della solidarietà. La formula è sempre la stessa: “Chi può doni quello che ha. Chi non ha nulla prenda ciò di cui ha bisogno”. Cappotti, vestiti, scarpe. Dopo Parma, Bologna e Firenze, anche Roma avrà il suo muro della gentilezza e sorgerà nella sede Ama di Via Cassia (località La Storta, Roma Nord). L’idea è nata tra i banchi di scuola del liceo Marymount International. La professoressa di letteratura italiana Giovanna Iorio, promotrice del progetto, ha pensato di portare la didattica fuori dalle aule: spiegare il concetto di gentilezza, tipico del Dolce stil novo, ricollegandolo a quanto successo in Iran dove un muro, in genere simbolo di divisione, è diventato risposta concreta al bisogno. Grazie al patrocino del Municipio XV è stata individuata la parete, situata in un luogo denso di significato della capitale: la via Francigena, passaggio dei pellegrini in visita in questo anno giubilare. “Un muro che duri nel tempo. Una parete bella da vedere, dove le persone potranno lasciare doni e non scarti, e chi ha bisogno saprà che potrà trovare un sostegno”, spiega Giovanna Iorio. Tra i ganci e le mensole per gli oggetti, gli studenti realizzeranno un grande murale, guidati dallo street artist Mario Damico, fondatore dell’associazione “Pittori Anonimi Trullo”. Il disegno pensato per il muro della gentilezza romano sarà il frutto della fusione di 11 schizzi che gli studenti della Marymount hanno esposto il 9 marzo a scuola. Per l’occasione sono state realizzate e messe in vendita torte e dolci, il cui ricavato servirà ad acquistare i materiali necessari per l’abbellimento del muro. L’inaugurazione, con la possibilità di lasciare i primi oggetti, è prevista per il 19 marzo e, a lavori conclusi, sarà il gruppo scout Agesci Roma2 a prendersi cura della “parete della bontà” .

 

Cosenza, nasce l’Università del volontariato

COSENZA – E’ l’unica sede in Calabria e la seconda dopo Salerno nel Sud Italia. L’Università del Volontariato, nata a Milano circa 4 anni fa sulla base di un progetto del Centro servizi del capoluogo lombardo, arriva anche a Cosenza su iniziativa del Csv.

L’Università del Volontariato nasce dall’esigenza di formare coloro che vogliono impegnarsi per gli altri e dare vita ad un confronto sul terzo settore e sulle politiche di welfare. Il percorso universitario prevede corsi specialistici, serate informative per i cittadini e una formazione specifica per le associazioni. Per la definizione dell’offerta il Csv ha portato avanti un’analisi del fabbisogno del volontariato cosentino distribuendo alcuni questionari ai volontari del cosentino.

Il Csv di Cosenza ha pensato di proporre questa esperienza sul proprio territorio nella convinzione che «il volontariato sia una vera e propria scuola di vita e che la formazione dei volontari sia condizione indispensabile per espletare al meglio la loro opera finalizzata a dare risposte concrete ai bisogni delle comunità». Un percorso ancora in fase di costruzione quello cosentino e che mira a creare, così come accaduto a Milano «una rete di partner locali – ha dichiarato la presidente del Csv Maria Annunziata Longo – con i quali strutturare nel tempo il progetto. Sicuramente si tratta di un percorso aperto e calato sulle esigenze del territorio».

Per una protesi ci vuole un tappo. Il progetto dei ragazzi del “Massimo” di Roma

Anche un tappo può dare una mano. O, meglio, crearla. Lo hanno imparato i ragazzi dell’istituto paritario “Massimiliano Massimo” che con l’aiuto di alcuni genitori-ingegneri, di due professori dell’università di Roma Tre e di alcuni docenti della scuola, hanno progettato e costruito un sistema che consente di trasformare tappi e contenitori di plastica in protesi esterne o pezzi di ricambio essenziali, grazie a estrusori e stampanti 3D. Il tutto con l’obiettivo di inviare i loro “kit” a due ospedali africani, il Lacor St. Mary Hospital in Uganda e il centro sanitario di Kenge in Congo. Per farlo, hanno ancora bisogno, però, di 22.900 euro e così lanceranno oggi (venerdì 4 marzo), con un evento nel loro istituto, un crowdfunding attraverso la piattaforma Eppela. Lo spunto per il progetto “Crowd4Africa” è arrivato da uno studio Onu, in cui si evidenziavano le difficoltà e gli altissimi costi per l’invio di aiuti umanitari in Africa e si raccomandava quindi di sperimentare la produzione in loco. Ma anche dalla consapevolezza che con le stampanti 3D i costi per costruire protesi e pezzi di ricambio si possono abbattere drasticamente. Così si è deciso di mettere a frutto in questo progetto umanitario le competenze che gli alunni avevano acquisito durante due corsi: “For 3D world”, che coinvolto i 15 ragazzi dai 15 ai 17 anni che hanno ora organizzato il crowdfunding, assistiti da 20 professionisti volontari provenienti dal mondo dell’industria, dell’università, della scuola, della sanità. E “Making 3D Printers” in cui 69 ragazzi dagli 8 ai 15 anni e 40 genitori hanno studiato la progettazione e la costruzione di una personale stampante 3D. Anche gli estrusori (che servono per trasformare la plastica dei tappi triturati in un filo rifinito, materia prima per la stampa) «sono stati costruiti da zero» racconta Dante Dessena, uno dei papà ingegneri che figurano fra i promotori dell’iniziativa. «L’obiettivo è quello di mettere a disposizione dei medici che operano in Africa l’intero kit, file 3D compresi, in modo che possano produrre in loco le protesi»

Mariusz Kędzierski, l’artista senza braccia che disegna volti di persone

ŚWIDNICA – «Questa è la mia passione, il mio modo di vivere». Mariusz Kędzierski non ha dubbi quando gli viene chiesto di raccontare la propria arte. I suoi disegni rappresentano il suo mondo. E il suo è talento puro, soprattutto perché disegna senza braccia. «Intorno al disegno ruota tutto il tutto mio futuro. La cosa più difficile è stata decidere se era questo che volevo fare nella mia vita. Non mi sono mai pentito della mia scelta».

Mariusz, polacco, è nato con una malformazione alle braccia: «Il disegno è qualcosa di eccezionale nella mia vita perché mi ha aiutato a superare i momenti più difficili». Le persone sono la sua passione, i soggetti che più lo ispirano. Nei suoi ritratti si trovano persone di ogni tipo, ognuno di loro immortalato con dovizia di dettagli, con un risultato talmente realista da sembrare che quei visi escano fuori dalla carta. «Non è un caso che i miei disegni siano soprattutto ritratti. In qualche modo sono un mio riflesso, un riflesso delle mie emozioni».

I suoi disegni, nonostante le difficoltà (anche economiche), lo hanno portato in giro per il mondo. «La cosa migliore che la mia arte mi ha regalato – racconta – è che nonostante la mia disabilità, posso dare un esempio. Posso dire di non rinunciare a cercare la passione, come chi non è mai riuscito a trovarla nella sua vita o che ha perso la propria motivazione».

In quello che fa Mariusz non segreti né trucchi. E’ una spinta emotiva che parte dal cuore e che supera i ogni limite. «Nelle mie matite non c’è niente di speciale, tranne il fatto – scherza – che sono magiche».

Le casette in cartone di Nonno Silvano

Non è uno psicologo e neppure un pedagogista. Per tutti è semplicemente Nonno Silvano. Ha lavorato per anni in un’industria di conserve alimentari. E ora che è alle soglie degli ottant’anni mette la sua arte – un talento nascosto e mai espresso – al servizio degli altri. Dopo il terremoto dell’Emilia che nel maggio 2012 causò oltre venti morti e centinaia di feriti, Nonno Silvano ha iniziato a costruire casette di cartone per aiutare i bimbi a superare il trauma.

La sua città è Medolla, piccolo comune in provincia di Modena che conta poco più di 6 mila abitanti. E’ qui che abita Nonno Silvano, al secolo Silvano Vergnani. In questi anni la sua attività ludica (e terapeutica) si è spinta sempre più in là, fino ad arrivare a Mirandola. L’epicentro di quel terribile terremoto era stato individuato proprio in quell’area compresa nel triangolo formato da Medolla, San Felice sul Panaro e – appunto – Mirandola.

Silvano – già ribatezzato «nonno comunitario» – progetta, taglia, scompone. Le sue casette sono belle allo sguardo.

«Con gli asili e le scuole lesionate, i bambini si ritrovavano senza un punto di riferimento» racconta alla Gazzetta di Modena.

L’idea iniziale è nata proprio da questa considerazione. Così, complice la collaborazione con il Comitato genitori di San Martino Spino, il percorso ha avuto inizio. Mentre Silvano ritaglia i pezzi di cartone riciclato – frutto di una filiera di solidarietà che coinvolge anche alcune imprese locali – i bambini ricompongono e colorano aiutati da genitori e familiari.

Un’attività contagiosa che si regge sulle relazioni e sulla speranza. Quella del futuro. Perché forse, oggi, il terremoto fa un po’ meno paura. E il merito è anche di Nonno Silvano.

A Parigi c’è Lulu, il portinaio di quartiere

È un po’ il sogno di ciascuno. Avere un domestico personale che si occupi delle piccole e fastidiose faccende quotidiane per noi. Qualcuno cui rivolgersi quando le tapparelle smettono di funzionare a dovere o a cui affidare i figli nelle ore dei compiti.

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A Parigi il sogno è diventato realtà. Vicino a place de Vosges c’è infatti Lulu dans ma rue (Lulu nella mia strada). A guardarla sembra una normale edicola. Invece è una sorta di portinaio di quartiere. Anzi meglio: un concierge di quartiere. Da Lulu si può ricorrere per ogni cosa.

Charles-Edouard Vincent

Esiste dalla primavera dell’anno scorso, ha il sostegno del comune di Parigi ed è un successo: 11.000 clienti, 3.596 servizi richiesti ai 48 Lulus e 120 proposte di nuove aperture in tutta la città.

L’idea è venuta a un economista prodige, Charles-Edouard Vincent, passato per Polytechnique e la Stanford university e oggi, a 42 anni, insegnante di economia sociale nella più prestigiosa scuola di commercio di Francia, laHEC : «abbiamo voluto ridare umanità alla vita quotidiana. Lulu dans ma rue è un portierato di quartiere. L’obiettivo è di risolvere piccoli e anche un po’ più grandi problemi degli abitanti del quartiere». Ecco perché il motto del piccolo chiosco recita: «Bricolage, ménage, coup de main et bonne humeur» (Fai da te, pulizia, darrsi una mano e buon umore ndr).

Ma come funziona tecnicamente? Basta contattare il chiosco per speigare di cosa si ha bisogno. Si può telefonare, inviare una mail o semplicemente passare di persona. Una volta individuato il bisogno, il portiere di turno trova il Lulu giusto, cioè l’uomo o la donna (idraulico, pollice verde, esperto informatico, studente, pensionato, ex disoccupato, magari il vicino di casa) in grado di svolgere il lavoro richiesto. Le tariffe sono modiche: tra i 5 e i 10 euro per venti minuti (in caso di piccoli interventi), o a forfait concordati in anticipo, il tutto detraibile dalle tasse al cinquanta per cento.

Libri, un’eredità in dono ai bambini

Lei era una lettrice appassionata. E solo i lettori appassionati possono capire quale sia il valore sociale dei libri. Solo chi legge tanto e legge con amore sa che a volte basta un libro per migliorare un po’ la propria vita, soprattutto se il libro gli è stato donato.

Lei era un’affezionata sostenitrice della biblioteca “eFFeMMe23” di Moie di Maiolati Spontini. Il suo nome era Sandra Paola Luchessoli e da oggi i bambini nati lo scorso anno riceveranno in dono un kit di libri da sfogliare e dvd da guarda in biblioteca che in qualche modo portano il segno della giovane donna scomparsa prematuramente. Merito del marito Alessandro Coppari che ha deciso, in memoria della moglie, di raccogliere soldi durante la cerimonia funebre da destinare alla biblioteca.

Al resto ci ha pensato l’amministrazione comunale di Maiolati. Il sindaco Umberto Domizioli ha deciso di trasformare la donazione di Coppari in un investimento per 59 bambini del territorio nati nel 2015.

Il fondo raccolto è stato utilizzato per acquistare il pacco dono di “Nati per leggere”, un progetto nazionale di promozione alla lettura ai figli da parte dei genitori al quale la biblioteca di Maiolati aderisce da diversi anni. All’interno dei locali sono anche riservati alcuni spazi dedicati ai bambini secondo varie fasce d’età, completi anche di fasciatoio e dondolo per l’allattamento.

Così la biblioteca si è arricchita di nuovi libri e nuovi dvd di cui i bambini potranno usufruire liberamente. Per diventare lettori appassionati e adulti coraggiosi, capaci come Alessandro e Sandra Paola di piccoli grandi gesti quotidiani.

 

I giovani che si prendono cura della città

Relegata alle ultime pagine mai lette dei libri di storia per essere in seguito eliminata e poi peggio ancora dimenticata dalla vita dei cittadini, l’educazione civica risorge ricca di nuova energia nel progetto dell’Associazione Polis Fuoriclasse, che regala agli studenti milanesi delle classi medie nuovi occhi per guardare la propria città e fare qualcosa per renderla più bella.

E sono occhi sensibili, coraggiosi, intraprendenti e con entusiastica voglia di fare quelli che ora vedono graffiti vandalici sui monumenti, rifiuti nei parchi, segnaletica spezzata o semafori manomessi come una stortura da raddrizzare e non come un panorama decadente cui assuefarsi per effetto di una realtà data per scontata.

Protagonisti under-30 della Global Shaper Community, i fondatori della PolisFilippo Gavazzeni e Silvia Ivaldi, avevano un cruccio.

«Non riuscivamo a capire perché gli studenti milanesi non vivessero la città come propria e non sentissero un senso di appartenenza. Ci siamo chiesti come fare per aiutarli a scoprire la bellezza di Milano e ad apprezzarla, e abbiamo risposto con il progetto Milano Fuoriclasse in cui promuoviamo l’educazione civica per valorizzare il patrimonio culturale, il territorio, e il rispetto dell’ambiente. Perché questi ragazzi non sono i cittadini di domani. Sono a pieno titolo i cittadini di oggi: cittadini fuoriclasse».

Il progetto pilota parte con l’anno scolastico 2013-14 e a oggi cresce coinvolgendo sempre più classi e scuole tra l’entusiasmo dei ragazzi, degli insegnanti, dei genitori e delle associazioni che collaborano per rendere possibili tutte le attività proposte. I ragazzi sono portati a esplorare e conoscere la propria città attraverso itinerari culturali tematici sul territorio, come, ad esempio, MI Romana o MI Contemporanea. Sono guidati da studenti volontari universitari che oltre alla storia, raccontano tradizioni, leggende e anche ricette milanesi, per una cultura globale di Milano.

Durante le uscite i ragazzi imparano e osservano gli aspetti della città che, secondo le loro esigenze, potrebbero essere migliorati, e propongono delle attività per rendere più bella e vivibile la loro Milano. Se vogliono ripulire una piazza o un parco si chiede l’intervento dell’AMSA che fornisce le scope; se decidono di ripulire un edificio o un monumento dai graffiti vandalici si chiama in aiuto l’Associazione Nazionale Antigraffiti – Retake Milano; se decidono di diventare loro stessi guide turistiche e culturali arriva a sostegno il Touring Club Italiano, in uno stupefacente e continuo carosello di cooperazione e impegno civico.

L’Associazione Buon Senso & Legalità, collaboratori a tempo pieno del progetto per quanto riguarda l’aspetto della cittadinanza attiva, hanno aperto appositamente per i ragazzi, all’interno del portale www.partecipaMi.it, la sezione I Giovani per Milano, per permettere loro di segnalare in autonomia le inefficienze e gli interventi necessari che ora sono in grado di individuare da soli in qualsiasi momento della loro giornata. Succede poi che mentre i cittadini attivi crescono, contribuiscono anche a un’integrazione sociale degli studenti stranieri e delle loro famiglie. Infatti, dopo aver scoperto i molteplici aspetti di una Milano certamente affascinante, sono i ragazzi che portano a giro i genitori alla scoperta della loro nuova patria.

Un effetto a cascata tutto positivo, quindi, che fa ben sperare in un reintegro dell’educazione civica tra le materie da studiare ma soprattutto da mettere in pratica da parte di tutti. Migliorerebbe certamente la città, e anche l’animo delle persone.

 

Quanto vale un secondo di vita

ROMA – È l’Associazione Italiana Endometriosi la Onlus premiata dal contest #unsecondo(www.unsecondo.it), l’iniziativa promossa da Electro Power Systems, realtà che opera nel settore dell’energia sostenibile ed è specializzata in sistemi e soluzioni di stoccaggio di energia a zero impatto ambientale, e daRepubblica.it per esprimere in 140 caratteri il significato di un secondo di vita. L’operazione, lanciata su Twitter la scorsa estate, in occasione dell’introduzione del cosiddetto “secondo intercalare”, la soluzione adottata dall’International Earth Rotation and Reference System(Ierts,) per sincronizzare il tempo umano con quello astronomico, metteva in palio il corrispettivo economico dell’energia consumata in un secondo in Italia. Un valore stimato da Electro Power Systems pari a 5.000 euro, da destinare alla Onlus citata nel tweet che meglio avrebbe descritto la bellezza racchiusa in un rapido movimento scandito dalla lancetta dell’orologio.

“La bellezza della vita in tutta la sua imperfezione”. Fantasia, emozione, ma soprattutto solidarietà alla base dei cinguettii che la giuria composta da giornalisti di Repubblica.it ha valutato, decretando come più rappresentativo quello di AIE Onlus: “Viviamo in un secondo la bellezza della vita, in tutta la sua imperfezione”. L’Associazione Italiana Endometriosi Onlus è nata nel 1999 e da 16 anni lavora con impegno, passione e serietà per offrire un sostegno sempre più efficace ed attento a tutte le donne affette da questa patologia. “È con piacere che abbiamo partecipato al contest #unsecondo, coinvolgendo le nostre socie e i nostri sostenitori – commenta Jacqueline Veit, Presidente di AIE – Ringraziamo Electro Power Systems per aver creato questa opportunità dedicata alle associazioni di volontariato e averci aiutato a puntare i riflettori su una malattia tanto complessa quanto poco conosciuta come è l’endometriosi, nonostante si stima che solo in Italia 3 milioni di donne ne soffrano. Non possiamo ancora né prevenire né guarire l’endometriosi, ma possiamo fare tanto per aiutare le donne che ne sono colpite a convivere con essa nel miglior modo possibile e grazie a iniziative come questa la nostra associazione può portare avanti il suo prezioso lavoro.”

Una battaglia per comprendere il valore dell’energia. Una battaglia che EPS, comprendendo il valore dell’energia che ogni secondo viene sprecata (650 MWh nel mondo, 10 MWh solo in Italia), sosterrà con un piccolo aiuto concreto attraverso lo stoccaggio simbolico del secondo di tempo in più guadagnato. “Il terzo settore – ha dichiarato Carlalberto Guglielminotti, CEO di Electro Power Systems – è per noi fonte di ispirazione perché le organizzazioni che vi operano sono impegnate quotidianamente nel trovare soluzioni pratiche capaci di arginare situazioni a cui la scienza, la medicina, la ricerca, i governi non hanno trovato o elaborato risposte strutturali. In EPSaffrontiamo con la stessa determinazione la nostra sfida che è la transizione energetica: un tema che ha un forte impatto sociale e collettivo. Ogni secondo nel mondo si consumano 650 MWh di elettricità. Grazie alla ricerca e sviluppo siamo stati in grado di affrontare e trovare soluzioni per arginare questo fenomeno, ma siamo ancora all’inizio.”

Chi è Electro Power Systems. Fondata nel 2005 a seguito dello spin-off del Politecnico di Torino (Italia), Electro Power Systems (EPS) opera nel settore delle energie sostenibili, ed è specializzata in soluzioni integrate di stoccaggio di energia. Nel 2015 ha annunciato l’acquisizione di Elvi Energy, società nata dallo spin-off del Politecnico di Milano e leader mondiale nell’integrazione di sistemi di stoccaggio, ampliando così il proprio vantaggio tecnologico. Grazie alla simbiosi con le due maggiori università scientifiche in Italia, EPS rappresenta un fulgido esempio di un arricchimento reciproco di competenze tra aziende in forte crescita commerciale e ricerca accademica d’avanguardia.

Soluzioni a zero impatto ambientale. Il Gruppo è specializzato in soluzioni integrate di stoccaggio di energia ibrida e technology-neutral, per il supporto delle reti nelle economie sviluppate e per la generazione di energia off-grid nei paesi emergenti. Offre soluzioni a zero impatto ambientale a basso costo e remunerative su base commerciale senza sussidi. La missione del Gruppo è di diventare la chiave della transizione energetica tramite il controllo totale dell’intermittenza delle fonti di energia rinnovabile. Grazie alla continua integrazione delle migliori tecnologie di batterie al mondo per fornire flessibilità, e alla piattaforma di stoccaggio ad idrogeno e ossigeno esclusiva del Gruppo adatta a fornire lunghe autonomie senza ricorrere al diesel o alla generazione a gas, le tecnologie del Gruppo consentono oggi alle energie rinnovabili di alimentare concretamente, 24h su 24h, intere comunità, in maniera completamente pulita ed a un costo inferiore.