“Cinema du Desert”, due italiani itineranti: “Con i film portiamo tanta felicità”

“Finalmente ce l’abbiamo fatta”. Anche quando Davide e Francesca non sono in giro per il mondo, parlare con loro è quasi un’impresa. Hanno fatto una scelta sette anni fa: basta pagare affitti e bollette. Davide ha comprato un camion, insieme a Francesca lo hanno “camperizzato” e ne hanno fatto la loro casa. Mobile. Dal 2009 vivono in viaggio e regalano il cinema agli abitanti dei villaggi più isolati del mondo. Stanno lontani dall’Italia 8, 9 mesi l’anno, poi tornano: fanno piccoli lavori e organizzano eventi di finanziamento, oltre a campagne online. Così raccolgono il denaro necessario per continuare il viaggio. “Abbiamo provato a fare i conti: Cinema del Deserto, il nostro progetto, ci ha fatto percorrere 90mila kilometri in tre continenti (Africa, Europa e Asia). Abbiamo raccolto oltre 27mila spettatori con una media di 40-50 film proiettati all’anno”.

Ci avevano provato a fare una cosa simile qui, in Italia: organizzare eventi gratuiti, mostrare video, non necessariamente film, ma “le regole erano troppo stringenti, ci chiedevano soldi per i diritti… insomma non poteva funzionare”. E allora via, prima tappa: l’Africa. Home, il documentario di Yann Arthus-Bertrand su ambiente e cambiamenti climatici è la storia con cui ha ufficialmente inizio Cinema del Deserto, a Timbuktu dove Davide e Francesca sono arrivati come membri della ong Bambini nel Deserto. “Quel film ci ha cambiato la vita – raccontano – ha influenzato tutte le nostre scelte, non potevamo che iniziare da quella storia”. I film che proiettano hanno sempre come tema il rapporto uomo-natura o lo sfruttamento delle risorse. E poi, naturalmente, ci sono i cartoni animati per i bambini.

Quello sulla tutela dell’ambiente è un discorso che gli sta talmente a cuore che anche il loro cinema sfrutta energia alternativa per funzionare, è un “cinema solare”. Il camion, oltre a essere la loro casa, dove cucinano, mangiano e dormono, è attrezzato di tutto: sul tetto ci sono i pannelli, un mini impianto fotovoltaico, e dentro una coppia di batterie che garantiscono almeno sei ore di proiezione. Così, non appena si fa buio, Francesca e Davide posizionano lo schermo su un lato del camion e si trasformano nei fratelli Lumière per il loro pubblico.

Per gli abitanti di alcuni villaggi, infatti, questo è il primo approccio con il cinema. “Un ragazzo una volta ci ha detto: ‘Grazie a voi ho potuto vedere cose che non conoscevo: il mare, le grandi città’. Un’altra volta invece un gruppetto di spettatori si è improvvisamente alzato e ha iniziato a correre e scappare via: ‘La scena era quella di un camion che passava sopra la telecamera. Credevano li avrebbe investiti'”. Per non parlare poi dei bambini. “A quelli africani abbiamo fatto vedere Kirikù. Erano così felici che la sera successiva hanno voluto rivederlo a tutti i costi”. Il fatto è che “noi viviamo in una società fatta di immagini, ma in molti dei posti in cui siamo stati quando parlavamo di cinema nessuno capiva cosa stessimo dicendo”. E non solo nei villaggi isolati della Siberia, Mongolia o Burkina Faso: “La Romania ci ha colpito tantissimo. Nonostante sia vicina a noi è un paese poverissimo”.

Davide e Francesca dicono che non è stato troppo difficile abituarsi a questo nuovo stile di vita “non più faticoso di qualsiasi altro cambiamento”. Nessun pentimento insomma, anzi “è quando torniamo in Italia che iniziano i problemi”. Dal più piccolo, dove parcheggiare il camion, al più grande, reperire i fondi per i viaggi successivi: “Le nostre casse sono sempre vuote”. Per quanto le loro spese siano ridotte al minimo (quasi l’80% del budget lo spendono per il gasolio) devono trovare fondi per mesi e mesi on the road. Ecco perché, anche quando tornano a casa, è sempre difficile incontrarli: “Cerchiamo lavoretti da fare e organizziamo eventi di finanziamento”. Rovereto, Milano e poi Bologna: sono queste le città che prossimamente vedranno Davide e Francesca impegnati in cene ed eventi per raccogliere fondi. “Appena rientrati dall’ultima spedizione in Asia, abbiamo ricevuto una mail da un festival sui diritti umani che si svolge dal 7 al 10 aprile al confine tra Marocco e Algeria. Vogliono che portiamo lì il nostro Cinema del Deserto“. Il tempo non è molto, per questo motivo stanno pensando di organizzare anche una campagna di crowdfounding online: “L’avevamo fatto anche per l’ultimo viaggio, utilizzando le piattaforme Produzioni Dal Basso e Indiegogo. Abbiamo ricevuto donazioni da ventisei Paesi, i più generosi sono stati americani, inglesi e norvegesi”. E gli italiani? “Con loro è più difficile, sono restii se non ti conoscono di persona”. Anche per questo, pensando al futuro, Davide e Francesca vorrebbero portare il loro cinema solare in giro per l’Italia, per farsi conoscere anche a casa. “Poi, magari, andare tra i bambini dei campi profughi di Calais. E l’Africa… il suo richiamo è sempre fortissimo”.

Davide e Francesca testano quotidianamente la potenza del cinema “è il mezzo perfetto per il primo approccio con le persone, ti permette di superare i limiti linguistici e culturali”, ma non sono gli unici. Ci avevano provato, sempre con progetti di cinema itinerante, pur rimanendo entro i confini nazionali, anche Lorenzo Garzella con la sua cine-bicicletta e Francesco Azzini con la sua Cortomobile, un’Alfa Romeo 2000 del 1974. Il progetto di Garzella, nato a Pisa, era legato al concetto di memory-sharing. Prevedeva, infatti, che ognuno, in sella alla propria bici, seguisse le tappe di un film itinerante sulla seconda guerra mondiale. Il proiettore era posizionato su una bicicletta e le immagini riempivano  le pareti dei monumenti e palazzi della città, quelli di luoghi particolarmente significativi per la storia della Resistenza pisana. L’idea è stata esportata anche a Ferrara, Roma e Udine e la risposta della gente è stata così entusiasta che Garzella sta pensando all’evoluzione della cine-bicicletta: il cine-bus, sperimentato una sola volta . “Vogliamo utilizzare gli autobus rossi scoperti, quelli che fanno i giri turistici delle città. Le persone sedute saranno la nostra platea a cui mostrare, sempre a tappe, o immagini di storia della città o scene di film cult girate in quei precisi luoghi. Sul Colosseo, ad esempio ci sarebbero Alberto Sordi o il Gladiatore, sul lungotevere, James Bond”. Per i cinquant’anni dall’ultima grande alluvione dell’Arno, invece, con la Regione Toscana, stanno studiando l’idea di un cine-battello che racconti la storia di quei momenti sulle pareti dei palazzi sul lungarno.

La sala più piccola al mondo, quella a due posti costruita da Francesco Azzini sulla sua Alfa Romeo, è invece ferma in garage da più di un anno. Dal 2006, dopo oltre 400 tappe in tutta Italia, più di 120mila kilometri percorsi e oltre 20mila spettatori, “i soldi sono finiti. I festival, quelli cinematografici o di artisti di strada, dove portavo la mia monosala, sono sempre meno e sempre più poveri”. Ma le reazioni del pubblico erano così affettuose: “ci ringraziavano e abbracciavano. Una coppia che si è conosciuta nella mia Alfa Romeo poi si è addirittura sposata”. E allora il programma di Francesco, per ora, è di rimettere in strada la sua Cortomobile, il 2 e 3 luglio al Treviglio Vintage (fiera che si svolge in provincia di Bergamo). Da lì, organizzare qualche altra proiezione a Milano. “Ma se dovessi confessare il mio desiderio, sarebbe quello di coinvolgere le piccole librerie”. In che senso? Con delle proiezioni il cui fil rouge è il “corto”: mostrare cortometraggi che abbiano come tema la “cortoletteratura” (romanzi brevi) nella sua Cortomobile.

Mariusz Kędzierski, l’artista senza braccia che disegna volti di persone

ŚWIDNICA – «Questa è la mia passione, il mio modo di vivere». Mariusz Kędzierski non ha dubbi quando gli viene chiesto di raccontare la propria arte. I suoi disegni rappresentano il suo mondo. E il suo è talento puro, soprattutto perché disegna senza braccia. «Intorno al disegno ruota tutto il tutto mio futuro. La cosa più difficile è stata decidere se era questo che volevo fare nella mia vita. Non mi sono mai pentito della mia scelta».

Mariusz, polacco, è nato con una malformazione alle braccia: «Il disegno è qualcosa di eccezionale nella mia vita perché mi ha aiutato a superare i momenti più difficili». Le persone sono la sua passione, i soggetti che più lo ispirano. Nei suoi ritratti si trovano persone di ogni tipo, ognuno di loro immortalato con dovizia di dettagli, con un risultato talmente realista da sembrare che quei visi escano fuori dalla carta. «Non è un caso che i miei disegni siano soprattutto ritratti. In qualche modo sono un mio riflesso, un riflesso delle mie emozioni».

I suoi disegni, nonostante le difficoltà (anche economiche), lo hanno portato in giro per il mondo. «La cosa migliore che la mia arte mi ha regalato – racconta – è che nonostante la mia disabilità, posso dare un esempio. Posso dire di non rinunciare a cercare la passione, come chi non è mai riuscito a trovarla nella sua vita o che ha perso la propria motivazione».

In quello che fa Mariusz non segreti né trucchi. E’ una spinta emotiva che parte dal cuore e che supera i ogni limite. «Nelle mie matite non c’è niente di speciale, tranne il fatto – scherza – che sono magiche».

A Parigi c’è Lulu, il portinaio di quartiere

È un po’ il sogno di ciascuno. Avere un domestico personale che si occupi delle piccole e fastidiose faccende quotidiane per noi. Qualcuno cui rivolgersi quando le tapparelle smettono di funzionare a dovere o a cui affidare i figli nelle ore dei compiti.

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A Parigi il sogno è diventato realtà. Vicino a place de Vosges c’è infatti Lulu dans ma rue (Lulu nella mia strada). A guardarla sembra una normale edicola. Invece è una sorta di portinaio di quartiere. Anzi meglio: un concierge di quartiere. Da Lulu si può ricorrere per ogni cosa.

Charles-Edouard Vincent

Esiste dalla primavera dell’anno scorso, ha il sostegno del comune di Parigi ed è un successo: 11.000 clienti, 3.596 servizi richiesti ai 48 Lulus e 120 proposte di nuove aperture in tutta la città.

L’idea è venuta a un economista prodige, Charles-Edouard Vincent, passato per Polytechnique e la Stanford university e oggi, a 42 anni, insegnante di economia sociale nella più prestigiosa scuola di commercio di Francia, laHEC : «abbiamo voluto ridare umanità alla vita quotidiana. Lulu dans ma rue è un portierato di quartiere. L’obiettivo è di risolvere piccoli e anche un po’ più grandi problemi degli abitanti del quartiere». Ecco perché il motto del piccolo chiosco recita: «Bricolage, ménage, coup de main et bonne humeur» (Fai da te, pulizia, darrsi una mano e buon umore ndr).

Ma come funziona tecnicamente? Basta contattare il chiosco per speigare di cosa si ha bisogno. Si può telefonare, inviare una mail o semplicemente passare di persona. Una volta individuato il bisogno, il portiere di turno trova il Lulu giusto, cioè l’uomo o la donna (idraulico, pollice verde, esperto informatico, studente, pensionato, ex disoccupato, magari il vicino di casa) in grado di svolgere il lavoro richiesto. Le tariffe sono modiche: tra i 5 e i 10 euro per venti minuti (in caso di piccoli interventi), o a forfait concordati in anticipo, il tutto detraibile dalle tasse al cinquanta per cento.

Australia Ai Weiwei e Andy Warhol, artisti per la libertà

L’artista e attivista cinese Ai Weiwei è all’attenzione dei media di tutto il mondo per la sua protesta politica e la sua presa di posizione a favore dei rifugiati.
A fine gennaio ha deciso di chiudere la sua mostra “Ruptures” a Copenhagen per protestare contro la nuova legge controversa che limita l’immigrazione, permettendo alle autorità di sottrarre ai migranti i loro beni di valore e qualche giorno dopo si è fatto immortalare sdraiato su una spiaggia di Lesbos, ricreando l’immagine di Aylan, un bambino affogato il cui corpo è stato trascinato su una spiaggia a Bodrum, in Turchia, e che è diventato il simbolo della crisi dei rifugiati siriani.
L’artista aprirà uno studio a Lesbos come parte di una serie di progetti per aiutare i rifugiati.

Weiwei è stato anche coinvolto in una battaglia con il colosso Danese Lego.
Lo scorso ottobre Ai Weiwei ha rivelato su Instagram che la multinazionale ha rifiutato un ordine di grandi dimensioni per la mostra Andy Warhol-Ai Weiwei, alla National Gallery of Victoria di Melbourne.
I pezzi sarebbero dovuti servire per una grande installazione con una serie di ritratti di attivisti Australiani per i diritti umani e la libertà di parola e di informazione. La Lego ha negato la fornitura sostenendo di non supportare opere di tipo politico.
Ai Weiwei ha replicato sulla sua pagina Instagram che il loro rifiuto è “un atto di censura e di discriminazione”.
Di conseguenza è nato un movimento, che da Melbourne si è diffuso nel mondo, e una gigantesca campagna online:migliaia di persone hanno donato i loro mattoncini Lego.
Recentemente, riporta il Guardian, in seguito a una massiccia protesta internazionale, la Lego ha ritirato il divieto di fornire grossi ordini per motivi politici.

L’installazione di Ai Weiwei, la Letgo Room, ritrae personaggi come il fondatore di Wikileaks , Julian Assange, l’attivista per i diritti degli aborigeni australiani Gary Foley, la portavoce contro la violenza domestica Rosie Batty e il giornalista di al-Jazeera Peter Greste.
Weiwei ha completato il suo lavoro con due milioni di mattoncini di Lego finti ( comprati in Cina “molto più economici, e della stessa qualità” dice Ai Weiwei al Guardian), dal momento che non c’era più tempo per usare i pezzi donati per l’installazione.
La Letgo Room sarà donata da Weiwei al National Gallery of Victoria e i pezzi di Lego donati serviranno per creare una sua futura opera d’arte.

Andy Warhol-Ai Weiwei (i due artisti hanno anche le iniziali in comune) crea un dialogo costante tra due figure emblematiche del ventesimo e ventunesimo secolo, sottolineandone i punti di contatto su una vasta serie di tematiche: dal ruolo dell’arte, al rapporto con il loro tempo, con i media, la celebrità …

Organizzata dalla National Gallery of Victoria e dall’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, con la partecipazione di Ai Weiwei, che ha collaborato per più di tre anni alla sua realizzazione, la mostra, che sarà aperta fino al 24 aprile, presenta più di 300 opere dei due artisti, tra dipinti, sculture, serigrafie, installazioni, film, fotografie e pubblicazioni.
Mentre Warhol rappresenta “la modernità del ventesimo secolo, che è stato definito il secolo americano”, come spiegano i curatori della mostra, Ai Weiwei incarna “la vita contemporanea nel ventunesimo secolo, che è stato chiamato il secolo cinese”.

Dopo Melbourne la mostra sarà esposta a Pittsburgh, città natale di Andy Warhol, a giugno del 2016.
Accanto a opere iconiche di Andy Warhol e Ai Weiwei trovano spazio lavori commissionati all’artista cinese per l’occasione, come un’installazione tratta dalla serie Forever bicycles, composta da circa 1500 biciclette, Chandelier, un’opera di 5 metri di altezza composta da cristalli e di luci; Blossom 2015, un grande, spettacolare letto di fiori di porcellana bianca; e infine la Letgo Room.
With Flowers
2013-15 è un’installazione di grande impatto emotivo: su due pareti della stanza che vede al suo centroBlossom, l’enorme letto di fiori di porcellana, sono esposte fotografie di mazzi di fiori che Ai Weiwei ha messo sulla sua bicicletta fuori dal suo studio, sotto costante sorveglianza delle telecamere governative, in segno di protesta contro le autorità cinesi che avevano confiscato il suo passaporto e limitato la sua libertà di viaggiare liberamente.

Ai Weiwei riconosce l’influenza di Andy Warhol sulla sua opera. A New York , dove ha vissuto dal 1983 al 1993, Ai Weiwei ha conosciuto l’opera di Warhol per la prima volta. Il primo libro che compra appena arrivato a New York è The Philosophy of Andy Warhol (From A to B & Back Again) e nel 1987 si fa un significativo autoscatto di fronte al famoso ritratto multiplo di Andy Warhol, adottando lo stesso gesto.

Entrambi gli artisti hanno il desiderio di documentare esaustivamente il loro tempo, le loro vite ed esperienze e il fatto di essere entrambi impegnati nella comunicazione e nei media e di avere coltivato la celebrità.
Warhol è stato considerato un precursore dei social media, mentre Ai Weiwei, tornando da New York alla Cina, ha scoperto internet e ha aperto un blog, (chiuso dalle autorità cinesi nel 2009), che è una delle sue attività artistiche più conosciute.

Internet “ha cambiato totalmente la mia situazione”, dice Ai Weiwei “perché, finalmente, ho trovato questo preziosissimo dono che ha consentito a me, che avevo già perso tutte le speranze di comunicare, una nuova possibilità di esprimermi. Passavo giorni e notti su Internet, discutendo e condividendo idee su eventi del momento. Quello è stato il momento in cui mi sono più sentito vicino a Warhol. I suoi scritti erano molto simili ai messaggi di 140 caratteri di Twitter. Ho iniziato a creare film documentari, facendo e postando moltissime foto online, e ho partecipato a molte più interviste di quante ne avesse mai fatte Warhol”.
Così come Warhol era inseparabile dal suo registratore, così Weiwei è un “profeta” di Instagram e afferma: “Penso che la mia casa sia internet”.

C’è anche una sezione sui gatti, Studio Cats: Ai Weiwei e Warhol avevano in comune una grande passione per i gatti, immortalati da Warhol nei suoi scatti e disegni, e postati spesso da Weiwei sui social media.
Warhol aveva 25 gatti e Weiwei ne ha circa 30 nel suo studio a Pechino.

Prima o poi l’amore arriva.

Presto o tardi, l’amore arriva per tutti. È dedicata a sesso, innamoramento e matrimonio l’inchiesta del numero di febbraio di SuperAbile Inail, la rivista dell’Istituto per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro sui temi della disabilità, consultabile anche online, oltre che in forma cartaceo. Partendo dalle riflessioni della presidente dell’Associazione italiana persone Down, Anna Contardi, sulla «speciale normalità» di una relazione di coppia per chi ha la Trisomia 21, il servizio si dipana in una lunga carrellata di testimonianze, esperienze, studi e opinioni. “È fondamentale che le persone disabili socializzino il più possibile e non abbiano paura di osare e di proporsi, senza paura delle delusioni e dei fallimenti”, commenta lo psicologo Lelio Bizzarri che, oltre ad avere lui stesso una disabilità motoria, da anni realizza progetti di formazione e sensibilizzazione sul tema della sessualità delle persone disabili e ultimamente si è fatto promotore di un sondaggio online dagli esiti non scontati: oltre il 90% di coloro che hanno risposto considera normale l’espressione di sentimenti o desideri sessuali da parte di una persona con disabilità.

Tra le altre voci presenti nell’inchiesta, quella di Valentina Foa, psicologa e ricercatrice sorda piemontese, che nel suo studio a Priocca, vicino Alba, riceve un target di pazienti quanto mai vasto ed eterogeneo: adulti sordi e udenti, genitori udenti di figli sordi, genitori sordi di figli sordi e udenti. Attraverso una comunicazione varia, che spazia dall’uso della Lis fino alla voce e alla lettura labiale per i pazienti udenti o sordi che non conoscono la Lis, Foa si trova spesso ad affrontare problemi che riguardano l’affettività. Ma ci tiene a precisare: “Non esiste la “psicologia del sordo”: ognuno ha il proprio approccio. Laddove manca la comunicazione o esistono difficoltà comunicative, possono manifestarsi problemi”. Mentre sul versante della sessualità, Foa sottolinea il problema degli abusi e delle violenze sessuali tra le persone sorde: “È un tema di cui non si parla molto – spiega –, mentre bisognerebbe lavorare di più sulla comunicazione e l’accompagnamento. Al momento non esistono ancora strutture adeguate a trattare problematiche relative agli abusi e alle violenze, ma è un tema sul quale stiamo lavorando”. Altre testimonianze presenti nell’inchiesta riguardano, infine, l’agenzia di incontri tedesca per persone disabili Schatzkiste e il gruppo Jump di Bologna, nato all’interno dell’Arcigay per tutelare i diritti delle persone trans, omosessuali e bisessuali.

Viaggiare senza barriere in tutto il mondo: Lonely Planet punta sui turisti disabili

Sappiamo tutti che il primo ostacolo a viaggiare per chi ha una disabilità o esigenze specifiche è la mancanza di informazioni, combinata con la paura di ciò che non si conosce. Spero che questa raccolta di risorse online, disponibile gratuitamente dallo shop di Lonely Planet, possa permettere di superarla”.

Martin Heng vive a Melbourne, Australia, lavora per la Lonely Planet e si occupa di turismo accessibile. È l’autore di Accessible Travel Online Resources (Risorse online sul turismo accessibile), una guida realizzata da Lonely Planet che raccoglie risorse dai governi locali e nazionali, organizzazioni turistiche e associazioni di disabili suddivisi per Paese, esperienze di viaggio da quasi 50 blog personali, dozzine di agenzie specializzate nei viaggi accessibili e tour operator di 40 Stati, consigli di viaggio per chi ha difficoltà di accesso o esigenze particolari, suggerimenti da viaggiatori disabili esperti.
Sfogliando l’e-book si può scoprire che nel Parco nazionale di Yosemite, negli Stati Uniti, ci sono navette gratuite che accompagnano i visitatori con difficoltà di movimento nei punti panoramici o a vedere le cascate, che inGiappone i trasporti pubblici sono molto efficienti e consentono l’accesso alle sedie a ruote, così come le stazioni che sono dotate di ristoranti e servizi accessibili, che a Barcellona, in Spagna, ci sono tour operator specializzati in visite guidate alla città per persone con disabilità che includono immersioni subacquee e un giro in mongolfiera, e che in Svezia ci sono circa 3.900 strutture accessibili. Per l’Italia una delle risorse che viene citata è Village4All. La guida sarà aggiornata ogni 2 anni ed èscaricabile dal sito della casa editrice, gratuitamente, in formato pdf. “Questa raccolta di risorse online non pretende di essere esaustiva – si legge nell’introduzione – ma è un buon punto di partenza e può essere di aiuto non solo per programmare un viaggio ma anche per trovare strutture adatte una volta arrivati a destinazione”.

Le persone disabili sono circa il 15 per cento del totale della popolazione mondiale e molte di loro viaggerebbero di più se avessero a disposizione informazioni sull’accessibilità di luoghi, strutture, Paesi. Per questo già nel 2013 Lonely Planet aveva iniziato a interessarsi dei viaggiatori con disabilità con la creazione di una piattaforma on line in cui erano gli stessi turisti a condividere le loro esperienze.

Ripartire dagli ecosistemi per uno sviluppo agricolo sostenibile

 Un nuovo libro della FAO, pubblicato oggi, esamina come i principali cereali, mais, riso e grano, – che si stima appresentino il 42,5% dell’apporto calorico umano e il 37% di quello proteico ​​- possano essere coltivati in modi che rispettino e perfino traggano vantaggio dagli ecosistemi naturali.

Basandosi su studi di casi provenienti da tutto il pianeta, la nuova pubblicazione illustra come l’approccio all’agricoltura “Save and Grow” sostenuto dalla FAO, già impiegato con successo per la produzione di cereali di base, apra la strada verso un futuro più sostenibile per l’agricoltura, e offra una guida su come raggiungere la nuova agenda di sviluppo sostenibile 2030.

“Gli impegni internazionali per sradicare la povertà e far fronte al cambiamento climatico richiedono il passaggio verso un’agricoltura più sostenibile e inclusiva, in grado di produrre rendimenti più elevati nel lungo periodo”, scrive il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva, nella prefazione.

I due recenti accordi punto di riferimento a livello mondiale, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) – che richiedono di sradicare la fame e stabilire ecosistemi terrestri su solide basi entro il 2030 – e l’accordo sui cambiamenti climatici di Parigi (COP21), sottolineano la necessità di innovazione dei sistemi alimentari.

Se è vero che i raccolti cerealicoli possono oggi raggiungere livelli record, la loro base produttiva è tuttavia sempre più precaria per i segnali di esaurimento delle acque sotterranee, per l’inquinamento ambientale, per la perdita di biodiversità e per altre situazioni negative che segnano la fine del modello della Rivoluzione Verde. In un contesto in cui la produzione alimentare dovrà crescere del 60% per riuscire a nutrire nel 2050 un’accresciuta popolazione mondiale, è ancora più urgente per i piccoli agricoltori – responsabili della maggior parte delle coltivazioni del mondo – essere messi in grado di farlo con maggiore efficienza e in modi che non aumentino ulteriormente il debito ecologico dell’umanità.

“Save and Grow” è un approccio ad ampio raggio a un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e sostenibile,e mira a intensificare la produzione, tutelare e valorizzare le risorse naturali e ridurre il ricorso a input chimici, sfruttando i processi naturali degli ecosistemi della Terra, facendo aumentare al tempo stesso il reddito lordo degli agricoltori. Come tale, è un approccio che può contribuire notevolmente al raggiungimento dei nuovi obiettivi di sviluppo e promuovere la capacità di risposta al cambiamento climatico.

Le pratiche proposte da “Save and Grow” vanno dalla coltivazione di alberi da ombra che perdono le foglie quando le colture di mais limitrofe hanno maggior bisogno di luce solare, come provato con successo in Malawi e in Zambia, a una lavorazione minima del terreno, facendo a meno di un’aratura profonda, per mantenere in modo permanente la copertura organica, lasciando i residui colturali come pacciame sulla superficie del terreno, un metodo applicato su vasta scala dai coltivatori di grano nella steppa del Kazakistan, a pratiche sempre più innovative di utilizzo dei residui di coltivazione adottate dagli agricoltori negli altopiani dell’America centrale e del Sudamerica.

“È giunto il momento di estendere pratiche che si sono dimostrate positive sui campi degli agricoltori in programmi nazionali più ambiziosi”, scrive il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva, nell’introduzione a Save and Grow in Practice. Un libro che ha descritto come “un contributo importante per creare il mondo che vogliamo”.

Un nuovo libro della FAO, pubblicato oggi, esamina come i principali cereali, mais, riso e grano, – che si stima appresentino il 42,5% dell’apporto calorico umano e il 37% di quello proteico ​​- possano essere coltivati in modi che rispettino e perfino traggano vantaggio dagli ecosistemi naturali.

Basandosi su studi di casi provenienti da tutto il pianeta, la nuova pubblicazione illustra come l’approccio all’agricoltura “Save and Grow” sostenuto dalla FAO, già impiegato con successo per la produzione di cereali di base, apra la strada verso un futuro più sostenibile per l’agricoltura, e offra una guida su come raggiungere la nuova agenda di sviluppo sostenibile 2030.

“Gli impegni internazionali per sradicare la povertà e far fronte al cambiamento climatico richiedono il passaggio verso un’agricoltura più sostenibile e inclusiva, in grado di produrre rendimenti più elevati nel lungo periodo”, scrive il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva, nella prefazione.

I due recenti accordi punto di riferimento a livello mondiale, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) – che richiedono di sradicare la fame e stabilire ecosistemi terrestri su solide basi entro il 2030 – e l’accordo sui cambiamenti climatici di Parigi (COP21), sottolineano la necessità di innovazione dei sistemi alimentari.

Se è vero che i raccolti cerealicoli possono oggi raggiungere livelli record, la loro base produttiva è tuttavia sempre più precaria per i segnali di esaurimento delle acque sotterranee, per l’inquinamento ambientale, per la perdita di biodiversità e per altre situazioni negative che segnano la fine del modello della Rivoluzione Verde. In un contesto in cui la produzione alimentare dovrà crescere del 60% per riuscire a nutrire nel 2050 un’accresciuta popolazione mondiale, è ancora più urgente per i piccoli agricoltori – responsabili della maggior parte delle coltivazioni del mondo – essere messi in grado di farlo con maggiore efficienza e in modi che non aumentino ulteriormente il debito ecologico dell’umanità.

“Save and Grow” è un approccio ad ampio raggio a un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e sostenibile,e mira a intensificare la produzione, tutelare e valorizzare le risorse naturali e ridurre il ricorso a input chimici, sfruttando i processi naturali degli ecosistemi della Terra, facendo aumentare al tempo stesso il reddito lordo degli agricoltori. Come tale, è un approccio che può contribuire notevolmente al raggiungimento dei nuovi obiettivi di sviluppo e promuovere la capacità di risposta al cambiamento climatico.

Le pratiche proposte da “Save and Grow” vanno dalla coltivazione di alberi da ombra che perdono le foglie quando le colture di mais limitrofe hanno maggior bisogno di luce solare, come provato con successo in Malawi e in Zambia, a una lavorazione minima del terreno, facendo a meno di un’aratura profonda, per mantenere in modo permanente la copertura organica, lasciando i residui colturali come pacciame sulla superficie del terreno, un metodo applicato su vasta scala dai coltivatori di grano nella steppa del Kazakistan, a pratiche sempre più innovative di utilizzo dei residui di coltivazione adottate dagli agricoltori negli altopiani dell’America centrale e del Sudamerica.

“È giunto il momento di estendere pratiche che si sono dimostrate positive sui campi degli agricoltori in programmi nazionali più ambiziosi”, scrive il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva, nell’introduzione a Save and Grow in Practice. Un libro che ha descritto come “un contributo importante per creare il mondo che vogliamo”.

Capire Save and Grow

L’approccio Save and Grow fa riferimento a una serie di tecniche che hanno tutte una caratteristica comune, cercare di sfruttare al meglio i processi biologici naturali e gli ecosistemi per “produrre di più con meno”.

Cinque elementi complementari formano il nucleo del paradigma di Save and Grow: l’agricoltura conservativa, che riduce al minimo la lavorazione del terreno e utilizza la pacciamatura e la rotazione delle colture; il miglioramento delle condizioni del terreno, per esempio coltivare piante fissatrici d’azoto in sostituzione di costosi fertilizzanti minerali; la selezione di colture con elevato potenziale di resa, capaci di resistere meglio agli stress biotici e climatici, e con maggiore qualità nutrizionale; un impiego efficiente delle risorse idriche; una gestione integrata dei parassiti, cercando laddove possibile di sfruttare nemici naturali per ridurre al minimo la necessità di pesticidi chimici.

Un esempio classico, ormai ampiamente adottato in Cina, è il sistema di riso-pesce, in base al quale i coltivatori hanno inondato le risaie con pesce, che può essere poi venduto o consumato, ma nel frattempo i pesci mangiano gli insetti, i funghi e le erbe infestanti che altrimenti danneggerebbero il raccolto, riducendo la necessità di ricorrere ai pesticidi.

Una risaia di un ettaro può arrivare a produrre fino a 750 kg di pesce, continuando al tempo stesso la produzione di riso e facendo quadruplicare il reddito delle famiglie rurali. Tra gli altri vantaggi di questa tecnica la drastica diminuzione delle zanzare, vettori di gravi malattie.

La FAO stima che il 90% del riso del mondo è coltivato in habitat che sarebbero adatti alla coltivazione del riso insieme al pesce, ma al di fuori della Cina solo l’1% delle risaie dell’Asia utilizza questo sistema. Il governo indonesiano ha di recente lanciato un programma per cambiare il metodo di coltivazione di un milione d’ettari destinandoli a questa tecnica integrata.

La creazione di habitat

L’approccio eco-sistemico su cui si basa Save and Grow è esemplificato nel modo in cui alcuni piccoli agricoltori in Africa hanno affrontato il problema di una tarma indigena le cui larve divorano il mais a un tasso spaventoso. La consociazione della coltivazione del mais con quella della leguminosa Desmodium, in campi circondati dall’erba Napier – un tipo di foraggio per il bestiame – catalizza un interessante sistema di difesa. Il Desmodium produce sostanze chimiche che attraggono i predatori dei parassiti del mais, e che allo stesso tempo inviano un falso segnale di pericolo che spinge questi parassiti, pronti a deporre le uova, a cercare un habitat nell’erba Napier, che a sua volta emana una sostanza appiccicosa che intrappola le larve.

Oltre a questo il Desmodium– che fissa anche l’azoto nel terreno – sembra favorire la germinazione della striga, una pianta parassita infestante che devasta abitualmente le coltivazioni africane, impedendo la crescita delle radici delle erbacce. Anche se quest’approccio all’agricoltura comporta dedicare meno superficie alla coltivazione del mais rispetto alla monocoltura, è molto più produttivo, con il 75% dei contadini che l’hanno adottato nei terreni intorno al Lago Vittoria che dicono che le loro rese nette si sono a dir poco triplicate. L’incremento della coltivazione dell’erba Napier si traduce anche in un incremento degli allevamenti bovini e della produzione di prodotti lattiero-caseari, con conseguente aumento dell’offerta di latte.

Strumenti di alta tecnologia

Se un cambiamento a livello globale nella direzione di una maggiore sostenibilità implica “il raggiungimento di un equilibrio tra le esigenze dei sistemi umani e di quelli naturali”, anche la tecnologia avanzata ha un ruolo da svolgere nel migliorare il flusso dei servizi eco-sistemici. Sensori ottici portatili sono in grado di determinare, in tempo reale, di quanto fertilizzante azotato ha bisogno una pianta. Livellamenti del terreno di precisione, assistititi da strumentazione laser, hanno portato a incrementi di produttività in tutta l’India, riducendo l’impiego d’acqua di ben il 40% rispetto al livellamento del terreno con tradizionali tavole di legno.

Save and Grow è un approccio flessibile. Poiché le esigenze degli ecosistemi e quelle dell’agricoltura variano, c’è ampio spazio per innovazioni concernenti il sequestro del carbonio, la nutrizione, l’impiego di fertilizzanti innovativi e l’introduzione di nuove varietà vegetali, insieme all’individuazione di come sementi, animali e tecniche agricole possano interagire.

La FAO pone inoltre l’accento sul fatto che sistemi agricoli Save and Grow sono ad alto contenuto di conoscenze, e devono essere costruiti sulla conoscenza e sui bisogni locali, riconoscendo l’importante ruolo degli agricoltori come innovatori.

Indicatori politici

I piccoli proprietari che adottano un tale cambiamento di paradigma spesso rilevano che, mentre i benefici sono chiari, non sempre sono immediati. Per questo motivo, Save and Grow richiede un forte impegno istituzionale per un periodo abbastanza prolungato.

Per consentire il passaggio verso un’intensificazione sostenibile della produzione agricola, i responsabili politici dovrebbero offrire incentivi agli agricoltori per la diversificazione – sostenendo i mercati per le colture a rotazione, fornendo al tempo stesso strumenti di assicurazione dei raccolti, regimi di protezione sociale e facilitazioni per l’accesso al credito, così da ridurre i rischi che potrebbero dover affrontare nel processo di cambiamento. Un’agricoltura con poca lavorazione del terreno ad esempio, è spesso ostacolata da un accesso inadeguato ai macchinari che richiede.

Se è vero che non vi è un progetto unico per l’approccio eco-sistemico di Save and Grow, promuoverne l’adozione su vasta scala richiede un’azione concertata a tutti i livelli, dai governi, alle organizzazioni internazionali, alla società civile e al settore privato.

L’esperienza del Kazakistan con l’agricoltura di conservazione prova che adottare la sfida di quest’approccio su larga scala alla fine premia. Inizialmente utilizzata nel 1960 per combattere l’erosione del suolo provocata dal vento, la FAO nel 2000 ha iniziato a sostenere quest’approccio senza-aratri, che aiuta a mantenere la neve sciolta e l’acqua piovana nel terreno e ha portato a un aumento delle rese del frumento del 25% insieme a meno lavoro e a costi più bassi del carburante. Nel 2011, il governo ha introdotto estesi sussidi per promuovere l’adozione della pratica, e oggi, la metà dei 19 milioni di ettari di terreni coltivati del paese hanno adottato in pieno ​​l’agricoltura di conservazione.

Maternità, il ponte tra mamme Italia-Africa

Due occhi vispi che spuntano tra le cannette che fungono da muro delle capanne africane. Dentro un uomo dal camice bianco sta visitando una madre giunta al terzo figlio. Ha le doglie, il medico scuote la testa e fa cenno che occorre portarla nel centro ospedaliero più vicino, chilometri di pista polverosa da fare a piedi o a bordo di un Boga boga, un mototaxi… Ore  prima di arrivare nel piccolo presidio sanitario.

Un mondo lontano da quello che vivono le donne italiane che alle prime contrazioni si recano nel reparto di ginecologia e ostetricia dell’ospedale più vicino a casa. Altre latitudini.

Nell’Africa Sahariana c’è un’ostetrica ogni 20 mila abitanti e circa 265 mila donne muoiono ancora ogni anno durante il parto.

Ed è proprio per promuovere il diritto alla salute di mamme e bambini africani, che nasce “Una vita per una vita” promossa da Medici con l’Africa Cuamm. Il nome dell’iniziativa deriva dall’idea che una mamma che ha appena dato alla luce una vita nuova con un piccolo contributo (40 euro) può garantire a una donna africana la stessa possibilità.

«Quante persone si sono date da fare e mi hanno aiutato a far nascere il mio piccolo, a fare in modo che tutto fosse pronto, tempestivo, in ordine, pulito – racconta Lisa neomamma di Mestre (Ve) -. È per questo che quando mi hanno proposto di donare a un’altra mamma africana, la possibilità di ricevere assistenza durante il parto, ho accettato. È un modo per “prendersi cura” dell’altro, anche da lontano”».

I soldi raccolti in questi anni, presso 30 strutture ospedaliere del Triveneto, serviranno a sostenere il progetto “Prima le mamme e i bambini” e a  garantire nei prossimi cinque anni, un parto gratuito e sicuro a 125 mila mamme di quattro paesi africani.

A fare da veicolo informativo dell’iniziativa gli stessi ginecologi e il personale dei reparti maternità.

«Non potevamo rimanere indifferenti di fronte a questa bella sfida che ci ha proposto il direttore di Medici con l’Africa Cuamm don Dante Carraro – ha precisato Tiziano Maggino, primario di Ostetricia e ginecologia presso Ospedale dell’Angelo di Mestre –. Siamo convinti che investire nella salute delle generazioni future sia segno di progresso e che puntare sulla salute delle donne, in ogni società, sia un contributo fattivo alla democrazia di un paese».

Seguite Cuamm sui social network #quellidellultimomigliorRosso e leggete il reportage in Uganda tra i medici con l’africa pubblicato su Io donna

Siria, 20 mila bambini a scuola grazie al progetto “Educate a child”

UNHCR ed Enel insieme per garantire l’istruzione primaria dei bambini siriani. Enel è stata la prima azienda italiana a rispondere all’appello lanciato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, nell’ambito del Global Compact dell’ONU, il più importante network di imprese al mondo impegnate a rispondere alle principali sfide legate alla sostenibilità e alla tutela dei diritti umani. Facendo seguito all’esortazione per un supporto all’impegno umanitario dell’Alto Commissariato per i Rifugiati in Siria, il Gruppo ha deciso di sostenere il progetto “EDUCATE A CHILD” dell’UNHCR, che garantisce l’accesso all’istruzione primaria per le bambine e i bambini rifugiati e sfollati nel Paese per il triennio 2015-18. Enel, attraverso la sua Onlus Enel Cuore, contribuirà a garantire l’accesso all’istruzione per il 2016 a oltre 20.000 bambini.

I numeri della forzata evasione scolastica. Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Istruzione siriano, la guerra ha costretto circa 2,4 milioni di bambini ad abbandonare la scuola dal 2011 ad oggi, con una diminuizione delle iscrizioni del 38%. L’impossibilità di proseguire nel corso degli studi è uno dei fattori più rilevanti che spinge i siriani a cercare asilo in altri Paesi. Nell’anno scolastico 2012 – 2013, grazie a “Educate a Child”, 9.164 bambini rifugiati in Siria, che erano fuori dal sistema scolastico, hanno avuto la possibilità di frequentare la scuola. L’obiettivo dell’UNHCR è continuare a garantire l’accesso all’istruzione a questi primi 9.164 bambini ed allargare il programma ad altri 200.000 bambini sfollati in Siria nel triennio 2015  –  2018.

Il senso e gli obiettivi del progetto. Il progetto si propone di colmare le carenze esistenti nei servizi scolastici, espandendone le capacità in una situazione di assoluta emergenza e drammaticità, fornendo i materiali scolastici necessari, assumendo staff di insegnanti, migliorando gli standard qualitativi e coinvolgendo le comunità locali.

I 5 punti del programma.
1) – contributo economico diretto alle famiglie più disagiate in modo da coprire le spese scolastiche annuali dei propri figli;
2) – attività di counselling e di orientamento scolastico;
3) – corsi di recupero degli anni scolastici;
4) – formazione del personale docente;
5) – recupero degli edifici scolastici.

La scelta di sostenere le comunità. Garantire il diritto all’istruzione significa non solo garantire un futuro ai bambini siriani, ma anche sostenere le famiglie nell’orientamento dell’educazione dei figli: un messaggio che Enel  ha scelto sulla base dei suoi principi di sostegno alla comunità, in particolare dei soggetti più vulnerabili come i bambini,  al quale ha voluto dare una risposta immediata.

L’educazione è un asse progettuale di Enel. Il tema educazione è  in linea con uno degli assi progettuali di Enel in Italia. Con il progetto “Fare Scuola” di Enel Cuore, recentemente lanciato dalla Presidente Patrizia Grieco, nei prossimi tre anni si realizzeranno una serie di interventi di tipo pedagogico e strutturale in 60 istituti di infanzia e primari su tutto il territorio italiano. A questo si aggiungono gli impegni globali di ENEL nell’ambito dei Sustainable Developments Goals delle Nazioni Unite, ribaditi dall’AD Francesco Starace in occasione del Global Compact dello scorso settembre.

La corsa dei Babbi Natale per i bimbi malati

SYDNEY – Barba bianca, bermuda rossi, scarpe da ginnastica e un nobile obiettivo: correre per aiutare i bambini meno fortunati. E’ la “Santa Fun Run”, ovvero la corsa dei Babbi Natale. A Sydney, nei giorni scorsi, erano davvero in tanti. Centinaia e centinaia di persone vestite di rosso. Niente renne o slitte, per loro. Ma solo la gioia di poter contribuire ad alleviare le condizioni difficili dei bimbi malati. Con questo piccolo grande gesto, il regalo più grande è quello del dono.

Cinque chilometri di strada e circa 250 mila dollari australiani raccolti. Quella cifra, che equivale a circa 170 mila euro, sarà donata in beneficenza all’associazione Variety, che assiste i bambini svantaggiati e le loro famiglie. «Vogliamo anche aiutarli a vivere e a ridere», dicono i volontari.

La corsa dei Babbi Natale non ha coinvolto solo Sydney, ma anche altre città australiane (Melbourne, Darwin, Hobart, Toowoomba). Negli ultimi trent’anni (Variety è nata nel 1975) l’associazione ha raccolto più di 180 milioni di dollari. I fondi? Serviranno a sostenere i programmi Freedom, Caring for Kids e Future Kids.